Luigi Bertoni.
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La guerra. L'amore. Lettere. 1913 - 1946.
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Articoli apparsi in: Volont, numero 10 del 1947, numero 9 del 1949 e numeri 1,2,3 del 1955.
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Trascrizione elettronica rielaborata e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da Paolo Alberti e Catia Righi, Associazione Culturale "Liber Liber". www.liberliber.it/
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LA GUERRA.
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Ci scriveva Bertoni, con la sua ultima cartolina, del 15 dicembre scorso:
"....Anch'io purtroppo per il mio lavoro non ho pi che uno scarso rendimento, ma  un effetto dell'isolamento e delle 75 primavere... Ora mi trovo negli impicci. Avendo terminata la composizione a mano del n. 247 ed iniziata quella del n. 248, non trovo tipografo per stamparla...
Sono i due ultimi numeri; dopo non potr pi fare da compositore tipografo e da redattore nello stesso tempo. Non volevo confessarlo, ma ho un bell'essere in gamba: sono invecchiato. Ti mando due articoli in francese, su "L'amour libre" e "La guerre", ma lascio a te di giudicare se non sono "vieux jeu".... Ora Luigi Bertoni ha trovato la pace.  morto lavorando, col pensiero all'avvenire. Pubblichiamo il suo ultimo contributo: vecchio, del 1913, ma sempre attuale. Che vite, tra noi!
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1.
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L'angoscioso problema della guerra lascia il popolo indifferente. Il fatto che dei meetings organizzati in qua ed in l riuniscano parecchie migliaia di auditori, non ci illude. Da nessuna parte noi constatiamo quella agitazione generale, quell'appassionato interesse di tutta la folla, capace d'imporsi ai governi. I diversi aggruppamenti che sembrano commuoversi hanno piuttosto l'aria di agire per dovere e perch ci rientra nelle loro funzioni imposte dal loro statuto, piuttosto che per una necessit imperiosa e per una spinta irresistibile.
Le notizie, nei quotidiani borghesi, di saccheggio, di massacri lasciano gli operai che le leggono impassibili, quando non si appassionano per l'uno o l'altro dei belligeranti, a seconda dei loro pregiudizi o delle opinioni che odono pronunciare pi spesso attorno ad essi.
Veramente anche le proteste mancano di sincerit. Organizzate da borghesi pi o meno cristiani,  uno spettacolo profondamente nauseante vedere quegli stessi che hanno pi contribuito allo sviluppo del militarismo indignarsi contro la sola conseguenza che ne doveva forzatamente risultare. Ma anche quando le riunioni pacifiste sono dovute a dei parlamentari socialisti, noi non possiamo dimenticare il loro atteggiamento equivoco a proposito della guerra, senza contare che per aver dato al socialismo un carattere statista, hanno fortemente cooperato a mantenere una mentalit militarista nei popoli. Perch non  possibile concepire uno Stato senza un'armata, la quale sar spinta dalla forza stessa delle cose a realizzare il suo scopo: la guerra.
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2.
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I lavoratori ci offrono uno spettacolo veramente sorprendente. La maggior parte di essi  timida, paurosa ed anche vigliacca. Cos vivono in una condizione di perpetua inquietudine, temendo tutto, subendo le peggiori ingiustizie e non osando neppure, quasi sempre, dire il loro modo di pensare. La vista del padrone, di un capo-reparto qualsiasi,  sufficiente a turbarli, a paralizzare in essi la parola ed il gesto. Il poliziotto, il gendarme, l'usciere, il giudice anch'essi fanno con facilit tremare i liberi cittadini delle nostre vecchie repubbliche. C' di peggio: capita spesso che l'operaio manda i suoi figli in chiesa, compie tale atto, fa o non fa quest'altra cosa, semplicemente per non perdere la stima di un amico, del suo padrone, di un conoscente, di un vicino o della propria portinaia.
La necessit di "guadagnarsi la vita" dando in prestito la sua forza di produzione ed il fatto che in certi mestieri c' sempre un certo numero di disoccupati bastano a terrorizzare il mondo operaio. Se il padrone  malcontento, se un agente vi arresta, se le vostre opinioni sono giudicate sovversive, voi potete essere gettati sulla strada, condannati con la vostra famiglia alle peggiori privazioni. Per questo il salariato ha paura e con ragione, perch se lavorando regolarmente, egli arriva appena a sbarcare il lunario, il periodo pi breve di disoccupazione avr per lui delle conseguenze molto dolorose. Ecco perch, anche, non osa manifestare, protestare, resistere, ribellarsi. Le conseguenze possono essere molto gravi: licenziamento, multa, prigione e, sopratutto l'inevitabile miseria con il suo seguito di sofferenze.
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3.
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Ma perch l'operaio non ha tanto paura della guerra quanto della disoccupazione? Se una conflagrazione europea scoppia, pi di una decina di milioni di uomini, non solo perderebbero il loro posto in cantiere, nell'atelier o nell'officina, ma dovrebbero lasciare le madri, le spose, i figli, gli esseri pi cari, per partecipare ad uno spaventoso macello in cui qualche centinaio di migliaia fra essi lascerebbero la loro vita o ritornerebbero mutilati, malati. Tutte le nostre miserie sarebbero cos dolorosamente aumentate e la vista di tanto sangue, di tante violenze, di tanti saccheggi e di tante rovine destando i pi bassi istinti, rigetterebbe la nostra triste umanit nell'antica barbarie. Come mai una simile prospettiva non commuove la folla anonima che dovr fornire le innumerevoli vittime? Forse il pericolo non le sembra cos vicino come  in realt e d'altra parte i diseredati sono assaliti da tante preoccupazioni immediate che sarebbe forse troppo domandar loro di pensare ai mali di domani? Molti in realt sono stanchi dello stato attuale e si augurano un cambiamento, ma nella loro incapacit di volerlo e prepararlo, spesso anche di concepirlo, sono pronti ad abbandonarsi a tutti gli avvenimenti, anche se fossero i pi tragici e tali da portare le peggiori catastrofi. Ce ne sono altri, infine, in cui la rassegnazione  talmente inveterata da diventare dei veri fatalisti.
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4.
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La situazione  sempre tesa. Il famoso equilibrio europeo che Enrico Quarto pare abbia concepito per primo, e poi Richelieu, non  ancora realizzato oggi, e niente lascia prevedere che lo sar o meglio che possa essere realizzato, data l'assenza completa di ogni concezione di giustizia negli Stati grandi e piccoli. Nell'attesa noi apparteniamo alle leggi che abbiamo emanato per proteggerci e che ci opprimono, e queste leggi prescrivono, innanzitutto che "ogni cittadino  soldato". D'altra parte anche il regime economico borghese cerca invano il suo equilibrio attraverso crisi sempre pi frequenti. In queste condizioni, non c' da stupirsi che i nostri dirigenti finiscano per chiedere alla guerra una soluzione che a loro sfugge di continuo. Ed  questo momento, pi che mai pericoloso per noi, che dei sedicenti rivoluzionari hanno scelto per gettare l'inquietudine nel mondo operaio con la confusione d'idee pi nauseante. Cos abbiamo di gi avuto: il "nazionalismo" sovversivo, la "conquista" dell'esercito, e la guerra "rivoluzionaria". Non perderemo tempo a confutare simili aberrazioni. Limitare, ancora una volta, il nostro programma di emancipazione alla costituzione di nazionalit sotto lo scettro di re che molte volte non sono nazionali, ecco quello che dei teorici, pi oscuri che profondi, osano proporci, sorpassando su tutte le esperienze dolorose del passato. Una volta su questa via, essi arrivano persino a giustificare le spedizioni coloniali, perch il nazionalismo si trasforma molto facilmente in imperialismo. Con simile programma non possiamo diventare che dei militaristi accaniti, tutto a profitto dello Stato borghese.
Herv a sua volta, sotto il pretesto che le rivoluzioni del passato non sono state fatte che con il concorso degli eserciti, voleva che noi penetrassimo in essi per conquistarli.  un nuovo paragrafo da aggiungere alla famosa teoria della conquista dei poteri pubblici. Cos bisognerebbe rammaricarsi di non essere soldati e sottrarsi alla schiavit militare diventerebbe un tradimento. Ora se  vero che la rivoluzione non sar possibile che nel giorno in cui la sua idea intaccher l'esercito, dopo aver conquistato la societ civile,  per vero che  sempre dal di fuori che verr il soffio rivoluzionario, perch lo spirito della caserma e la disciplina ostacolano all'interno ogni spirito sovversivo. Conquistare non soltanto il Comune, ma anche la Caserma  molto logico, perch sono ambedue legati, ma un programma non sar mai rivoluzionario che nella misura in cui distrugger, e non conquister, il passato. Conquistarlo significa mantenerlo: ecco la verit che proclama tutta la storia.
Non , infine, meno sbagliato pretendere che la guerra affretter la rivoluzione. In realt, la guerra  stata sopratutto un'arma contro la rivoluzione, sia per prevenirla, sia per arrestarla ed ucciderla, infine, se fosse scoppiata. Non concepiamo pi l'insurrezione del proletariato come un atto di disperazione, ma al contrario come l'affermazione della pi grande speranza. Tutte le forze popolari non sono troppe per l'opera immensa di trasformazione sociale ed una guerra sacrificando sempre innumerevoli vite ed immense ricchezze non farebbe che ostacolarla e ritardarla.
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5.
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Accettare il militarismo su qualsiasi forma,  aderire a questa cieca disciplina che rimane sempre alla base anche dei cos detti gruppi di emancipazione e per la quale, in nome della volont di tutti, facciamo esattamente il contrario di quello che vorranno fare.
Il male viene precisamente dalla forma militare delle nostre societ, che finiscono con l'annientamento dell'individuo. Tutta l'educazione  fatta per insegnare la passivit. Ognuno di noi, non osa esprimere un pensiero, abbozzare un gesto, compiere un atto, senza cercare subito la giustificazione in un costume o in una volont generale. Anche gli emancipatori professionali vi insegnano a nascondervi sempre dietro la collettivit. Il bravo operaio sindacato, non reclamer mai in faccia del padrone il suo incontestabile diritto individuale, ma invocher regolarmente la decisione, l'ordine, il regolamento del sindacato.
Lo scopo della vita non  tuttavia quello "di non essere", di scomparire in presenza di tutto e di tutti, di sopprimere la propria individualit con la propria volont, con l'iniziativa e l'indipendenza, per diventare uno strumento passivo qualunque nelle mani dell'"organizzazione" monarchica, repubblicana o sindacale.  nel principio di subordinazione che si fa consistere sopratutto l'organizzazione, ed in questo modo arriviamo al risultato mostruoso di milioni d'uomini che vanno alla caserma ed alla guerra, mentre trascorrono tutta la loro esistenza a spaventarsi di pericoli molto minori; il che faceva giustamente dire a Leverdays. "Irregimentare opera il prodigio che le pecore diventano bestie feroci".
Come non riconoscere che il primo rimedio consiste nell'insegnare agli uomini a non pi delegare, ma ad esercitare il loro diritto, a negare una sedicente volont generale davanti alla quale dovrebbero scomparire le volont individuali? Con questa sola educazione potremo far trionfare il nostro motto: "n un soldo, n un uomo per il militarismo". Chi  colui tra di noi che se potesse ascoltare soltanto la sua voce interiore, non rifiuterebbe ogni contributo alla guerra e non diserterebbe la caserma? Chi tra di noi andrebbe volontariamente al macello? Ed ecco anche pienamente giustificate le nostre concezioni di autonomia e di federalismo nell'organizzazione.
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6.
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Ma la guerra pu sorprenderci da un giorno all'altro. Che cosa dobbiamo fare?
Non vediamo che un solo rimedio: lo sciopero generale prima del principio delle ostilit. Un manifesto dei nostri compagni dei sindacati federalisti d'Austria, riassumeva, a questo proposito, le idee che abbiamo sempre propagate.
Dopo aver spiegato al lavoratore che non ha alcun interesse a battersi per il suo padrone che  il suo solo nemico, dopo aver dimostrato la perdita enorme che deriva dalla distruzione di ricchezze create con il prezzo di mille sforzi e di mille sacrifici, questo manifesto dimostrava che la guerra non  possibile che con il consenso dei lavoratori:
"I soldati che debbono scatenare le battaglie siamo noi! Gli operai che debbono trasportare questi soldati sul teatro della guerra, munirli di armi, di munizioni, di viveri e di tutto, siamo noi!
Se noi ci riuniamo, se noi sappiamo intenderci ed affermare che noi non vogliamo la guerra, la guerra non ci sar.
La guerra e la sua preparazione necessitano del carbone, ed  il minatore che lo strappa alle viscere della terra! La guerra e la sua preparazione hanno bisogno del traffico pi attivo per ferrovia, per acqua, e sono ancora gli operai che ne assicurano il servizio. La guerra ha bisogno di altiforni, dell'industria del ferro e dell'acciaio, i cui camini siano incandescenti notte e giorno, ed anche questo lavoro  eseguito dagli operai. La guerra esige la preparazione delle armi, delle munizioni, l'imbarco ed il trasporto di tutto questo materiale, e questo  pure un compito del lavoratore.
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Operaio, fratelli di miseria e sacrificati della guerra! Riflettete! Siete voi, con il vostro lavoro che la rendete possibile. Siete voi stessi che forgiate le vostre catene e le armi della morte, siete voi stessi che fornite i mezzi all'assassino.
Riflettete a quello che fate! Fermatevi nella vostra attivit incosciente per la guerra. Pensate che ciascuno dei vostri sforzi ne facilita l'esecuzione. Se centinaia di migliaia di lavoratori di tutte le citt cessano il lavoro e dimostrano con la loro azione ch'essi sono decisi a non pi sacrificare i loro sforzi e la loro vita al Moloch militarista, renderanno, in questo modo, la guerra impossibile.
Questa azione deve essere realizzata in poche settimane. Avanti, dunque, per l'azione: Viva lo sciopero generale economico contro la guerra! Abbasso tutti i profittatori che spingono al massacro. Il proletariato internazionale vuole la pace e la libert".
Questo linguaggio tanto semplice e logico quanto vero  molto superiore a tutte le dichiarazioni intricate ed equivoche della social-democrazia!
Possa la classe operaia intenderlo e risparmiare alla nostra povera umanit una delle pi grandi catastrofi di cui la storia abbia mai parlato. Lo sciopero generale sar il preludio dell'insurrezione espropriatrice che ci dar con il comunismo anarchico il benessere e la libert per tutti e la sola vera pace, quella basata sulla giustizia.
L. BERTONI. Ginevra 1913
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L'AMORE.
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Pubblichiamo il secondo articolo dei due che Luigi Bertoni ci aveva mandato, un mese prima della sua morte, come collaborazione alla nostra rivista.
Questo articolo fu scritto nel 1912 e allude alla guerra dell'Africa del Nord. L'altro fu pubblicato nel N. 10 del 1 aprile 1947.
Mandandoceli, Egli temeva che fossero vieux jeu. Noi li troviamo invece sempre di attualit. In questo scritto, poi, sentiamo un Bertoni "poeta" che pochi probabilmente conoscono. E quel che dice in esso di verit, merita di essere meditato anche dai nostri compagni "uomini".
Eliseo Reclus, parlando dei fanciulli, scriveva giustamente:
"Siamo egoisti! Nel nostro desiderio di rivoluzione  raro che noi pensiamo ad altri che a noi stessi... Noi esponiamo i motivi di scontento degli operai, sopratutto quelli degli uomini, perch gli uomini sono i pi forti; noi rivendichiamo per essi il diritto agli strumenti del lavoro ed al prodotto integrale del loro lavoro; noi esigiamo che si faccia giustizia.
Ma al disopra dell'uomo fatto, per quanto infelice egli sia, c' un essere pi infelice ancora, il bambino. Quest'essere debole non ha nessun diritto e sottost al capriccio, benevole o crudele. Niente lo protegge contro la stupidit l'indifferenza o la perversit di coloro che sono i padroni. Chi lancer in suo favore il grido della libert?".
Purtroppo tutto questo  troppo vero non soltanto per i bambini, ma anche per le donne. Nei nostri sogni di emancipazione, nelle nostre concezioni di un mondo nuovo in fondo non pensiamo che a noi stessi: liberati noi, le donne seguiranno diciamo, od anche non ce ne preoccupiamo affatto.
Tuttavia se noi non possiamo concepire un grande movimento sociale, che non oltrepassi tutti gli aggruppamenti, tutti i partiti, tutte le organizzazioni, che non sollevi precisamente quella folla anonima che sembra quasi disinteressarsi della cosa pubblica;  ancora pi difficile concepirlo senza la partecipazione di pi della met del genere umano. Una causa non  veramente popolare, cio matura per il trionfo, se, non soltanto le donne, ma anche i fanciulli della strada, mentre giocano, non ne parlano con una ingenuit che contiene la verit cento volte meglio delle dichiarazioni intricate dei cos detti grandi uomini.
La Rivoluzione francese non acquista tutto il suo valore che dopo il 5 ottobre, il giorno della marcia delle donne su Versailles. Non  necessario insistere sul ruolo che ebbe qualche donna, a cominciare dall'indimenticabile Luisa Michel, nella Comune, ruolo d'educazione di soccorso e di lotta. Senza dubbio la leggenda delle petroliere  discussa, ma non  meno vero che nel '71 le donne ed i ragazzi parteciparono all'ultimo grande tentativo di emancipazione, cos non furono risparmiati da Versailles, ma massacrati con lo stesso odio implacabile con cui furono massacrati gli insorti propriamente detti.
Ogni volta che un movimento veramente popolare si produce, le donne danno prova d'un raro eroismo, e in uno dei primi Primi di maggio, non si vide una giovane cadere sotto i colpi di fucile della borghesia spaventata? In Italia, nel 1896, le donne non sono state le prime ad insorgere contro la guerra, coricandosi sulla strada ferrata, per impedire la partenza delle truppe?
Perch non hanno agito nello stesso modo l'anno scorso? Camera del lavoro, Partito socialista, aggruppamenti rivoluzionari, cooperative ecc.: hanno s protestato, ma la loro protesta  rimasta vana perch ad essa mancava il grande slancio popolare.
Gli scioperi di donne, almeno quelli che scoppiano spontaneamente, non testimoniano di una fermezza che manca spesso ai famosi tattici che elemosinano ad una qualsiasi autorit una tariffa qualunque, per darcela, poi, come una prova incomparabile di scienza e di genio?
Ma mi pare inutile insistere: l'opera d'emancipazione  evidentemente impossibile senza l'azione diretta della met, la pi infelice perch la pi schiava, della nostra umanit.
La questione di sapere se esiste realmente nella donna una inferiorit naturale,  stata spesso discussa, ma questa questione non ha importanza per noi, perch anche se fosse risolta affermativamente, ne risulterebbe un motivo di pi per combattere ogni servit, ogni oppressione per essa.
Ci che si pu affermare  che la donna  mantenuta in una situazione d'inferiorit che nuoce al suo sviluppo.
Politicamente pi schiava, e senza pretendere di attribuire a questa qualit un enorme valore, non si pu negare che in tutti i campi la legge dell'uomo la schiaccia.
Economicamente pi schiava: essa  retribuita meno bene, anche per lo stesso lavoro, e certe professioni le sono, d'altra parte, proibite. C' di peggio; la formula: a lavoro uguale, salario uguale, conduce spesso all'eliminazione della donna ed il rimedio  altrettanto cattivo del male.
Religiosamente pi schiava, i mentitori della Chiesa hanno pi potere su di lei, e la potenza divina  sopratutto fatta della debolezza femminile.
Socialmente pi schiava, essa subisce la schiavit domestica contro la quale s'incomincia appena a reagire timidamente abituando anche i giovani a certi lavori domestici ai quali essi erano abituati da soldati. Ma che cosa non si farebbe per la patria!...
Ne risultano, cos, delle condizioni dolorose di esistenza che conducono ad una depressione e ad uno schiacciamento della donna, di cui qualcuno la rende responsabile, mentre non  che una vittima.
Ed arrivo all'amore. Era necessario di fare prima una constatazione essenziale: che la donna, schiava sotto tutti i rapporti, non potr essere libera dal punto di vista dell'amore.
Qui, dobbiamo domandarci: Che cos' l'amore, nella pi alta accezione del termine, perch non potremmo considerarlo come quel poeta superficiale che scriveva:
ci si abbraccia poi un giorno
ci si lascia, ecco d'amore.
Di tutte le definizioni, la pi profonda, come anche la pi nobile e la pi vera, mi sembra quella di Michelet: "L'amore  lo sforzo della vita per essere al di l del proprio essere e potere, pi che la propria potenza".
Per l'amore noi cerchiamo, infatti, di vincere in qualche modo la morte. L'idea dell'immortalit, cara nonostante tutto al cuore dell'uomo, perch ci che  non pu rassegnarsi a cessare di essere, trova nell'amore la sua pi sicura soddisfazione. Per mezzo suo noi non scompariamo interamente. Se abbiamo saputo amare, cio darci il pi completamente possibile, le nostre idee, le nostre tendenze ad elevarci, a nobilitarci che costituiscono il pi alto valore della nostra vita, si prolungheranno al di l di questa.
Perch l'amore ci d la migliore intuizione della vita. Dal momento che noi amiamo, che noi proviamo il bisogno imperioso di darci agli altri, non cerchiamo noi pure di migliorare e di rendere pi bella la nostra individualit? Noi incominciamo a desiderare una bellezza fisica e morale alle quali non pensavamo prima. Sorridiamo generalmente degli sforzi che fanno gli innamorati per sembrare pi belli, della loro sensibilit accresciuta e di tutti gli sforzi per diventare migliori, ma tutto ci non c'insegna, contrariamente ad un certo individualismo mal compreso, che l'individuo non acquista mai uno sviluppo cos perfetto che con il dono pi completo di se stesso?
Un pensatore ha una potente concezione, un artista un'alta ispirazione, un sapiente una profonda intuizione, un militante di una nobile causa una grande idea; ma non  che per l'amore degli altri, per il desiderio violento di farlo partecipe dei suoi sforzi personali, che il pensatore, l'artista, il sapiente, il militante diventeranno creatori, che il sogno non rester sterile, che l'idea si trasformer in una forza aperta e che l'ispirazione produrr il capolavoro puro.
La mia individualit non si sviluppa che nella misura in cui so darmi agli altri; le idee di cui ci facciamo propagandisti non esistono che in virt della stessa propaganda; la vita si riassume sopratutto nell'offerta entusiasta di se stesso agli altri. Dal momento che non si  pi capace di darsi, la vita incomincia a ritirarsi, ed  per questo che noi ci ritiriamo da essa. Certi compagni, ritirandosi dalla propaganda, dall'azione, credono di essere diventati saggi, di non pi commettere le follie del tempo in cui erano ingenui, sciocchi; ma  in questo modo che l'impotenza della vecchiaia vuole sempre farsi passare per saggezza.
S, l'amore  lo sforzo della vita per essere al di l del suo essere, cio essere nei fanciulli ai quali avremo cercato di lasciare il meglio di noi stessi, essere negli individui che avremo conquistato alle nostre idee e che ci sopravivranno, essere, infine, nell'opera che sar tanto pi bella e feconda quanto pi sar l'espressione di un'aspirazione pi profondamente umana e generale.
S, l'amore  lo sforzo della vita per potere di pi della sua potenza. A che mi serve pensare, sognare, soffrire, insorgere, se l'amore dei miei simili non conduce a darmi? Io non sento ingrandire la mia forza, la mia fede, la mia speranza, che dopo essermi dato, per potere comunicare agli altri uomini il mio entusiasmo, le mie energie, i miei odii, le mie passioni. La nostra vita non pu raggiungere il suo completo sviluppo se non  realmente vissuta per gli altri; ma ci, intendiamoci bene, non stabilisce in alcun modo una subordinazione qualsiasi, la necessit di una regola, di una disciplina, perch ogni dono imposto cessa di essere dono; ogni sforzo che non  spontaneo e cosciente  sempre senza domani.
Ecco la grande lezione dell'amore. Non si potrebbe trovare un insegnamento pi alto per la vita.
Che cosa dobbiamo fare, allora? Dobbiamo volere le donne libere, tanto libere quanto noi lo siamo e potremo diventarlo. Ma con ci non intendiamo affatto abolire le qualit proprie a ciascun sesso. Nello stesso modo. che noi non desideriamo una donna-maschio senza grazia, senza attrattive, senza bellezza e senza tenerezza, cos ripudieremo gli uomini-femmine, senza fierezza, vigore, decisione ed audacia. Ci, che noi vogliamo, non  un'uguaglianza assurda, ma l'equivalente per tutti gli esseri per lo sviluppo integrale delle loro facolt, dei loro doni, delle loro iniziative o capacit.
Cos, se  certo che l'uomo pu dare prova di pi forza, di pi dignit, di un pi grande spirito di rivolta, la donna avr pi devozione, pi resistenza nella lotta, pi coraggio davanti ai colpi della sfortuna. Chi di noi non conosce donne che compiono dei veri miracoli per crescere la famiglia, o al capezzale d'un malato, senza lasciarsi abbattere dalle situazioni pi tragiche?
In ogni essere troviamo delle qualit naturali da sviluppare immediatamente, prima di pretendere di fargliene acquistare per forza delle nuove che non sono nella sua natura.
Lasciamo ai maniaci del centralismo l'idea di creare un tipo unico sul quale si modeller l'intera umanit.
Quale triste mondo noi finiremmo di avere, in quel modo!
Purtroppo, noi lo sappiamo molto bene,  necessaria una societ libera per parlare di amore libero. In un mondo come il nostro dove tutto diventa oggetto di speculazione e di sfruttamento, l'amore non pu sfuggirvi, e noi abbiamo la prostituzione pi o meno mascherata.  il salariato dell'amore, senza contare che se l'amore  il pi spesso presso i ricchi un affare, presso i poveri  presto scacciato dalle strettezze economiche e dalle preoccupazioni. Per rimediare a tutto, parlano e tra questi i pastori protestanti, di una riforma morale degli individui, ma ci non  sufficiente, perch morale e miseria sono due termini che si eliminano a vicenda, quando si vuole dare al vocabolo "morale" il suo pieno valore. Ora non bisogna dimenticare che la miseria  ancora il retaggio della maggioranza.
Ci urtiamo, cos, ad una grande ipocrisia che  praticata universalmente. La donna tanto esaltata, per la quale si finge di avere ogni genere di riguardi,  nella realt, deprezzata nell'intimit come un essere inferiore, ed il pi spesso non  trattata altrimenti, o considerata di pi di un operaio e di una serva dal proprio padrone. Ne consegue che nella nostra vita di tutti i giorni, grazie ai nostri costumi e pregiudizi, contribuiamo direttamente a mantenere nell'asservimento la met del genere umano, e da qui diventa facile ai padroni ed ai governanti di fare la stessa cosa per l'altra met.
Poi non  raro d'incontrare degli uomini che, per amore libero, comprendono effettivamente una schiavit pi completa di colei che dovrebbe amarli liberamente.
Altri credono pure che la libert consista nel fatto di abbandonarsi a tutte le passioni, mentre in simili casi se ne diventa schiavi perch la libert, al contrario, consiste nel sapere dominare le passioni per dirigerle verso uno scopo elevato. Non si tratta affatto, qui, intendiamoci, di sopprimere quelle passioni, come ci viene insegnato dalla chiesa, ma di nobilitarle. Maeterlink l'ha detto molto giudiziosamente: "Essere saggi non consiste nel non aver passioni, ma nel sapere purificare quelle che si ha". Abbandonandosi ad esse senz'altro, si  ben presto ridotti alla stanchezza al disgusto e all'impotenza. Diciamo, infine, che non bisogna confondere libertino con libertario.
L'amore libero richiede un maggiore rispetto della donna. Noi le rimproveriamo le sue inclinazioni religiose, ma ne siamo in parte responsabili. C' in ogni ragazza, anche nella pi povera e nella pi diseredata, un bisogno d'idealismo, una vaga speranza d'una vita superiore che l'uomo infrange il pi delle volte con la pi grande inabilit ed una certa brutalit. La donna corre allora a rifugiarsi nella menzogna religiosa che contribuir a deprimerla maggiormente. D'altra parte, pare ch'essa abbia un debole per i soldati, per i gallonati, per i pi sciocchi ambiziosi, ma un essere schiavo non pu ammirare che la forza bruta. D'altra parte che cos' questo in confronto dello stupido orgoglio maschile per avere posseduto una donna? L'orgoglio del possesso  nullo in s, quando si tratta d'un oggetto, d'una casa, d'un cavallo, d'un gioiello ecc., ma quando si tratta d'un essere umano, diventa mostruoso.
Ed  veramente doloroso pensare a qual punto contribuiamo a creare un ambiente di schiavit, precisamente con il nostro atteggiamento di fronte a creature che dovrebbero esserci le pi care, con le quali passiamo tutta la nostra vita e che troppo spesso non sappiamo trattarle da uguali, anche quando le amiamo sinceramente.
Cos la conclusione s'impone, L'amore libero vuole prima di tutto la donna libera e ci richiede di elevarla economicamente e moralmente. Senza la libert non c' dignit, perch come  possibile la stima di se stessi, quando si  costantemente una cosa d'altri il quale abolisce tutte le volont, tutte le iniziative e non si agisce che sotto il comando d'un padrone?
Questa questione ha dunque un'importanza molto grande ed ecco perch  necessario trattarla innalzandosi dalla semplice soddisfazione di un bisogno fisico, che  alla base, alla concezione dei problemi pi alti della vita.
La societ attuale evidentemente, non ispira l'amore; il pi spesso, al contrario, ispira l'odio; ma i giorni per amare verranno attraverso alle nostre pi rudi battaglie. Allora, nello stesso modo che noi vediamo nella natura, tutti gli esseri trasformati dall'amore, i fiori esalare un profumo pi soave, gli insetti rivestire i colori pi brillanti, l'uomo e la donna sentiranno meglio la bellezza di questo grande dono di se stessi, che conduce alla pi profonda comprensione della vita; alla pratica della pi nobile solidariet, per cui gli esseri si esaltano, acquistano il loro pieno valore e preparano quell'avvenire luminoso in cui, forse, si realizzeranno queste parole di Renan: "Nello stesso modo che l'umanit  uscita dall'animalit, la divinit uscir dall'umanit".
Ahim, Eliseo Reclus, aveva fin troppo ragione: "...sono lontano di credere al progresso come ad un assioma..."; ma la teoria d'una evoluzione progressiva si  trovata vera nel mondo animale, perch non dovrebbe esserla maggiormente negli umani? Perch non potremmo sperare in una umanit futura, vera divinit, confrontata con la triste umanit della quale facciamo parte? Reclus, d'altra parte, aggiungeva: "Per conto mio io lotto per quello che io penso essere la buona causa; perch mi conformo, cos, al mio senso di giustizia.  una questione di coscienza e non una questione di speranza. Che noi riusciamo o no, ha poca importanza, noi saremo stati almeno gli interpreti della voce interiore".
La voce interiore pi potente,  senza dubbio la voce dell'amore; ascoltiamola. Essa ci dice di affrettare il regno della libert, il solo che ci dar con la gaiezza franca, la squisita tenerezza e la sublime bellezza, il trionfo dell'amore su tutte le tristezze, gli odii, e le brutture di oggi.
Sogni, mi direte voi. Ma il sogno d'amore  quello di cui  vissuta sempre l'umanit, e i sogni dei quali si vive non sono essi le pi dolci realt?
L. BERTONI.
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LETTERE. Tre lettere dirette a suo nipote G. Berneri.
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Ginevra, 11 febbraio 1945
Cara nipote,
La tua lettera del 20 giugno l'ho avuta ieri, e capirai perch non ricevesti risposta. Domenico (NOTA: si tratta di Domenico Ludovici, morto a Ginevra nell'aprile 1950. FINE NOTA.) nel frattempo mi ha detto di non aver avuto lettera da te, forse l'avr avuta ora come me. Non so se questa mia potr giungerti, perch le disposizioni postali cambiano da una settimana all'altra.
Malgrado le mie 73 primavere sto bene e compongo un opuscolo di 20 pagine tutte le quindicine; ne sono cos usciti 108. Non soffro proprio di nulla, salvo che dopo le otto ore di lavoro in tipografia mi sento stanco e non  senza un vero sforzo che riesco a far altro. E quel che si fa faticosamente manca di vivacit, di slancio e perci di forza comunicativa.
Il pi gran contento per me  di non sapermi dimenticato e sopratutto di vedere la mia fede condivisa ad onta dei miraggi orientali di cui troppi sono vittime. Purtroppo on ne peut pas tre et avoir t, ma insomma le forze morali sono rimaste intatte, anche se sono diminuite quelle fisiche. Il guaio  che di queste  proprio ora che avrei bisogno di averne di pi.
Basta, chi fa tutto quello che pu, fa tutto quello che deve, come diceva Errico. Speriamo di rivederci fra non molto. Abbraccia Pio per me. Coi miei pi affettuosi voti e saluti sempre tuo
LUIGI BERTONI.
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Ginevra, dicembre 1945
Cara nipote,
Non avertene a male se sono tanto lento a scriverti. Traverso un periodo non troppo buono. La morte d'un fratello a Londra m'ha procurato alquante difficolt; i migliori e pi capaci compagni di qui (intendo i francesi) datisi al sindacalismo non contano pi nulla per l'anarchismo e scivolano nel legalismo e nello statismo, invocando rispetto e riforme delle leggi. Non c' pi gruppo francese e gli italiani sui quali posso contare sono una dozzina. Cos stando le mie cose fu per me un raggio di sole le notizie e gli stampati avuti sul Congresso di Carrara. Lo preparaste cos minutamente che non poteva non riuscire bene. La sola cosa che non mi va  di persistere a dirsi comunisti dopo che il comunismo  stato trascinato nel fango e nel sangue; ma non  un punto essenziale. Mi rallegro con voi tutti che vi siete tanto ben spiegati ed esaurientemente. Da qui i consolati americani non permettono il passaggio in Italia neppure degli italiani stessi, fra altri al buon Domingo.  per me un grande conforto tutto l'affetto che mi testimoniate, ma sono confuso di non poterlo contracambiare con tutta l'attivit di un tempo; ma poich siete sulla buona via mi pare non vi resti che proseguire. La posta non ammette che corrispondenze e non stampati per l'Italia e mi spiace non potervi mandare qualche quintale di carta.
Sempre tuo
LUIGI BERTONI.
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Ginevra, 27 gennaio '46
Cara nipote,
Ho ricevuto ieri la tua cartolina del 20 scorso dicembre. Domingo ha potuto venire con le carte in regola; io invece mi urtai ai reticolati. Poscia son venuti i rigori invernali ai quali sono sensibilissimo e decisi di rinviare a primavera.
Temo che voi tutti vi aspettiate un po' troppo da me; l'attivit febbrile dei giovani anni non m' pi concessa.
Devo dirti che qui in Isvizzera come movimento traversiamo una grave crisi. Una mezza dozzina di compagni pi capaci si son dati al sindacalismo o al bolscevismo e non si pu contare su di loro. Ne  derivato che quando pi sentivo bisogno d'aiuto, me ne sono visto privato quasi completamente. Gioved prossimo abbiamo riunione per tentare la ricostituzione del gruppo, ma tutto dipender da una mezza dozzina di giovani perch si possa mantenere in vita. Intransigenza in materia di principii e tiriamo avanti.
Fervidi voti e affettuosi saluti.
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LUIGI BERTONI.
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FINE.